Nell'indifferenza generale ci avviciniamo alle primarie del Pd in vista delle elezioni comunali.
Il quadro è desolante. A giocarsi il ruolo di sfidante dell'Uomo Misterioso (il centrodestra infatti si è guardato bene, finora, di scegliere un candidato, a parte l'autocandidatura di Mastella che finora ha ricevuto solo pernacchi dai suoi) saranno:
- Nicola Oddati, storico componente della giunta Iervolino, e in quanto tale - anche se avesse delle qualità - destinato, se dovesse vincere, a una sonora batosta dopo una prevedibile campagna elettorale all'insegna di accuse di continuità con la precedente esperienza consiliare;
- Umberto Ranieri, classico uomo da nomenklatura del Pci. La versione noiosa di Cacciari, diciamo. Brava persona, ma con un'attrattività sulle masse pari a zero. Ha uno sponsor d'eccezione: Giorgio Napolitano;
- Andrea Cozzolino, bassoliniano doc anche se sembra che la sua candidatura a sorpresa non sia stata molto apprezzata dal suo mentore, che starebbe lavorando ad un ritorno in Parlamento;
- Libero Mancuso, l'ex pm, già in giunta con Cofferati. L'area vendoliana.
- Gino Sorbillo, 36 anni, pizzaiolo discendente da una famiglia di pizzaioli. Si candida per "provocazione". Fosse stato Enzo Coccia de La Notizia l'avrei votato sicuramente!
Qualcuno ci salvi.
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venerdì 14 gennaio 2011
Un eccezionale Michele Serra
Evidentemente tra i giudici della Consulta ci sono più “comunisti” (12 su 15, una maggioranza bulgara) che tra gli operai di Mirafiori. E questo dovrebbe spaventare la sinistra più di quanto spaventi Berlusconi. Perché va bene che difendere la Costituzione e l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge è diventata, a Berlusconia, una faccenda di vitale importanza. Ma le cose cambiano davvero – come sta scritto nei classici Einaudi e Laterza e Feltrinelli sui quali hanno studiato, a volte proficuamente, gli attuali cinquantenni e quarantenni di sinistra – solo se la democrazia formale diventa anche un po’ più sostanziale, e dunque i poveri un po’ meno poveri, i deboli un po’ meno deboli, i ricchi un po’ meno prepotenti, eccetera. E dunque esultare perché l’avvocato Ghedini se ne torna con le pive nel sacco a risistemare i suoi scartafacci va benissimo; ma vedere gli operai di Torino scannarsi tra loro per salvare i conti di Marchionne, e uno che piange, uno che impreca, un altro che maledice la propria condizione di eterno ingranaggio di un meccanismo che non controlla: beh, quello è un dispiacere perfino più importante e urgente, per la sinistra italiana. Diciamo che le compete, la questione sociale, tanto quanto alla Consulta compete tenere a bada l’esuberanza del Berlusca e dei suoi legulei.
mercoledì 13 ottobre 2010
Onore alla tigre Maroni
Per chi volesse approfondire un po' le vicende del tifo serbo, segnalo un articolo uscito da Limes un po' di tempo fa.
Serbia: tifo e politica tra violenze e turbofolk
Le tribù dei tifosi violenti sono in agitazione. Gli incidenti prima del gay pride. Nei Balcani i campi di calcio sono campi di guerra, tra politica, malavita e corruzione. Il ruolo degli hooligans nella dissoluzione della Jugoslavia.
Fonte: "Limes, rivista italiana di geoolitica"
"Il calcio, considerato obiettivamente, è una delle più strane costanti di comportamento umano della società moderna. Spinto da questa considerazione ho deciso di fare le mie indagini. E mi è stato subito chiaro che ogni centro di attività calcistica, ogni football club, è organizzato come una piccola tribù, completa di territorio tribale, anziani della tribù, stregoni, eroi: entrando nei loro domini mi sono sentito come un esploratore del passato intento a esaminare per la prima volta una vera cultura primitiva...”
La tribù del calcio (Desdmond Morris, 1981)
Se il calcio è in qualche modo lo specchio della società, nei Balcani c’è sicuramente qualche problema. Due episodi si sono verificati tra settembre e ottobre in Serbia e in Bosnia Erzegovina, due tifosi sono morti uccisi dai fans, due giovanissimi, il francese Brice Taton (28) e il sarajevese Vedran Pulić (24), cessano di vivere e diventano due icone, due foto in primo piano esposte nei rispettivi stadi, nei blog e forum in internet, sulle magliette, con sotto la scritta R.I.P.
Come è potuto succedere? Cosa significa? Si dice sempre che il primo atto della guerra tra Serbia e Croazia avvenne durante una partita mai giocata tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa di Belgrado, ormai simboli di un’identità nazionale più che calcistica. Il calcio del capitano della Dinamo Zvonimir Boban, ad un poliziotto (che rappresentava il potere, quindi i serbi) in difesa dei tifosi croati, fu il primo atto eroico della guerra che seguirà. Secondo Simon Kuper nel calcio “Lo spazio resta allo stesso tempo spazio pubblico e luogo di dissenso. I simboli e le bandiere del calcio sono la maschera sotto la quale si celano talvolta identità segrete e incontrollabili”. Nei Balcani questo vale ancora di più.
Lo scorso 17 settembre si giocava a Belgrado la partita valida per la coppa Uefa Partizan – Tolosa. Un gruppo di ragazzi francesi era andato nella capitale serba per fare un po’ di vacanza. Belgrado, si sa, è famosa per la vita notturna e il divertimento. In un bar in pieno centro, il giorno della partita, vengono attaccati da un commando di tifosi del Partizan che arriva con premeditazione e ben armato, mazze di ferro e da baseball. Si accaniscono su uno dei francesi Brice Taton (28 anni) che morirà 12 giorni dopo in seguito alle ferite.
L’incidente avviene a pochi giorni dal “Belgrade pride”, la prima gay parade dopo quella disastrosa del 2001 che finì con molti feriti in seguito all’attacco di ultra-nazionalisti e hooligans e all’inerzia colpevole della polizia. Il pride avrebbe dovuto svolgersi il 20 settembre a Belgrado, ma il 19 settembre gli organizzatori ne hanno proclamato la cancellazione poiché il governo ha dichiarato che non avrebbe potuto garantire la sicurezza per il suo svolgimento nel centro cittadino. Nelle settimane erano cresciuti gli allarmi dovuti a graffiti e alle dichiarazioni che annunciavano bagni di sangue firmati da tifosi e alcuni gruppi cosiddetti “patriottici” (1). L’attacco ai francesi ha dato la spallata finale alla decisione del governo serbo che si era impegnato con gli organizzatori del pride più per entrare in Europa che per convinzione.
La morte del giovane francese il 29 settembre, seguita ad altri episodi di attacchi a cittadini stranieri nei giorni successivi a quella fissata per il gay pride suscita un’ondata di disgusto e di tristezza in Serbia, migliaia di cittadini sono scesi in piazza a protestare contro la violenza degli hooligans. Molti hanno avuto un flashback: le violenze di regime da una parte e le prime manifestazioni contro Milosević dall’altra (2).
Allo stesso tempo la risposta dello stato è stata dura, subito sono state identificate e arrestate 11 persone coinvolte nell’omicidio di Taton (tutti tra i 18 e i 22 anni e uno di 27), mentre il presunto mandate (conosciuto come trafficante di droga di alto livello) è fuggito in Olanda. L’accusa ha chiesto 40 anni di carcere ciascuno e la procura generale della Repubblica ha ordinato la chiusura di 14 gruppi registrati, 3 della Stella Rossa, 6 del Partizan e 4 del Rad.
Chi sono gli hooligans?
“In tutta la Serbia ci saranno circa 2000 ultrà – spiega Vuk Cvijić cronista del Blic che ha seguito le vicende di queste settimane per il giornale serbo – 1000 di questi hanno già avuto problemi con le autorità”. I più violenti sono quelli delle due squadre maggiori il Partizan e la Stella rossa e di una squadra minore sempre della capitale serba, il Rad conosciuto per avere una tifoseria con simpatie neonaziste.
Le ideologie però non sono così importanti “Da qualche anno ha preso piede negli stadi una nuova generazione di tifosi – racconta Cvijić – i cui capi hanno 25 anni e sono quelli più vecchi. Sono ragazzini che sono cresciuti sotto le sanzioni della Serbia di Milosević, erano abbastanza grandi per i bombardamenti e nel dopo-regime si sono trovati senza prospettive”.
L’unica idea a cui attaccarsi diventa quindi la squadra del cuore e il gruppo che si crea allo stadio da una parte, mentre dall’altra quella di fare abbastanza soldi per comprarsi belle macchine, vestiti firmati e fare la bella vita negli “splav” le discoteche sulla Sava e sul Danubio dove si suona uno dei prodotti più tipici degli anni novanta in questo paese, il “turbo-folk” (3). “I gruppi dei tifosi diventano in pratica delle bande malavitose che si occupano di spaccio e di racket”. I “Grobari” (becchini) tifosi del Partizan si occupano principalmente di vendere droga, mentre i “Delije” (eroi) si occupano dei locali, chiedono soldi oppure semplicemente si presentano in gruppo bevono, si comportano in maniera minacciosa in perfetto stile gangster, senza pagare ovviamente.
“Entrare nel clan però non è automatico – racconta Cvijić – i più giovani devono dimostrare di sapere entrare in azione all’occorrenza. C’è una sorta di prove di forza da passare prima di accedere ai privilegi del gruppo: l’attacco ai francesi era una di queste prove probabilmente sfuggita di mano”.
Non solo, i tifosi hanno un’influenza determinante nella politica della squadra, sono presenti nel consiglio di amministrazione dei club ma soprattutto utilizzano la sottile minaccia fisica costante di un gruppo di uomini che si può muovere come un commando. E avere influenza sulla politica della squadra significa avere influenza su una notevole fabbrica di soldi esentasse, poiché il livello di corruzione del calcio serbo è conclamato: dalle partite truccate alla compravendita dei giocatori con “doppio prezzo”, alla corruzione portata dai procuratori dei giocatori (4). “Nel 2004 – dice un giornalista sportivo che preferisce rimanere anonimo – il direttore tecnico della Stella Rossa Dragan Džajić, leggenda dei biancorossi, la “terza stella” del calcio serbo, si dimette ufficialmente per motivi di salute. Guarda caso pochi mesi prima i “Delije” avevano chiesto la sua testa per l’eliminazione dalla coppa Uefa”.
“Si è scritto abbastanza degli hooligans – dice Kuper in “Calcio e Potere”– ma ci sono dei tifosi più pericolosi”. Come spiega Alberto Piccinini nella introduzione al volume di Kuper, “ La tentazione dei regimi autoritari è da sempre quella di utilizzare il calcio come macchina di consenso” (5).
Anche gli hooligan in Serbia non sono mai solo corruzione e malavita, a partire dalla fine degli anni Ottanta inizio Novanta sono entrati con frequenza nelle vicende politiche della dissoluzione della Jugoslavia. L’etnologo serbo Ivan Čolovič, che da sempre studia la nascita dei nazionalismi in questa parte del mondo, nel suo “Campo da calcio campo di guerra” (Mesogea 1999) spiega come la retorica nazionalista si sviluppa e si articola nelle tifoserie e i primi scontri interetnici sono le violenze allo stadio tra squadre croate e squadre serbe.
Željio Ražnatović detto Arkan, è il capo dei Delije nei primissimi anni Novanta, a lui si darà il merito di disciplinare la tifoseria della Stella Rossa, ma sarà anche dalle file degli hooligan che prenderà i primi volontari per le sue “Tigri” un gruppo di paramilitari serbi tra i più sanguinari nella guerre di Bosnia e Kosovo (6).
Secondo Cvijić però i seguaci di Arkan erano una parte minoritaria del tifo “Le curve della Stella rossa e del Partizan erano tradizionalmente contro Milosević, Arkan ha provato a portarle con tutti i mezzi dalla parte di “Slobo”, ma ha perso la battaglia e pochi anni dopo è partito dagli stadi il primo slogan contro il presidente serbo: ‘Fai un favore alla Serbia Milosević: suicidati’ che poi è diventato quello delle manifestazioni anti-regime della seconda parte degli anni Novanta”.
E ancora nel 2008 gli hooligans saranno protagonisti dell’assalto alle ambasciate occidentali durante la manifestazione contro l’indipendenza del Kosovo, (21 febbraio 2008). Un giovane tifoso di Novi Sad muore all’interno dell’ambasciata americana clamorosamente mandata a fuoco da orde di tifosi che se non furono manovrati, certo fu lasciato loro molto spazio di manovra (7).
Per questo anche nelle recenti vicende c’è chi si domanda chi ha lasciato fare gli hooligans a ridosso del gay pride. Sicuramente nei giorni precedenti c’era stato un coordinamento con i due principali gruppi nazionalisti “movimento 1389” e “Obraz” i cui membri spesso sono anche attivi nelle curve.
Il professore della facoltà di studi sulla sicurezza Zoran Dragišić (8) in un editoriale punta il dito sulle possibili complicità di livelli più alti con gli hooligans che rischiano di essere superati da un dibattito pubblico che verta unicamente sulla violenza (9). Le domande che pone Dragišić sono: chi c’è dietro? chi li finanzia? Quale sponda politica hanno? Ma in Serbia nessuno risponde mai a queste domande.
Note
(1) I più attivi sono Obraz (che significa sia volto che orgoglio) e Movimento 1389 (anno della sconfitta dei serbi in Kosovo). Più volte si è paventata l’idea di chiudere questi gruppi, considerati il cuore della violenza politica nazionalista, ma si pensa che suscitino simpatie in molti partiti dell’arco parlamentare, dai radicali ai Dss di Kostunica. Vedi Cecilia Ferrara, “Una questione di Stato”, Osservatorio Balcani, 18 settembre.
(2) Danijela Nenadic, “Sotto assedio”, Osservatorio Balcani, 5 ottobre 2009.
(3) Volk è popolo, turbo è il sistema di iniezione di combustibile del cilindro del motore . Turbo folk è combustione del popolo. Qualsiasi stimolo di questo processo è turbo folk. Infiammare le più basse passioni dell'homo sapiens. Turbo Folk non è musica, turbo folk è l'incanto delle masse, cacofonia di tutti i gusti e tutti gli odori”. Famosa definizione di Rambo Amadeus cantante serbo.(sito Balkan Rock, “Turbo Folk, 24 luglio 2007).
(4) La Serbia dopo l’Argentina ha il numero più alto di procuratori al mondo.
(5) Simon Kuper, “Calcio e Potere”, Isbn Edizioni 2008.
(6) “Nel folklore dei tifosi in Serbia il tema dell’identità etnica, fino ad allora sporadico e proibito, compare in qualità di contenuto predominante di pari passo con la comparsa nell’ambito della comunicazione politica e della propaganda, in particolare nelle grandi manifestazioni populistiche di massa che diedero l’impronta alla vita politica della Serbia e del Montenegro nel corso del 1988 e 1989” (Colovic, op.cit. , p.43).
(7) Giuseppe Zaccaria in “A Belgrado e' complotto contro Tadic Ultra', polizia e politici: la rete di complicita' che ha messo all'angolo il Presidente serbo Il giorno dopo il rogo alle ambasciate”, La Stampa 23 febbraio 2008.
(8) Coinvolto nel piano della sicurezza per il Belgrade Pride.
(9) Zoran Dragisic “Kako protiv nasiljia?” Obijektiv, 13 ottobre 2009, p.114..
Serbia: tifo e politica tra violenze e turbofolk
Le tribù dei tifosi violenti sono in agitazione. Gli incidenti prima del gay pride. Nei Balcani i campi di calcio sono campi di guerra, tra politica, malavita e corruzione. Il ruolo degli hooligans nella dissoluzione della Jugoslavia.
Fonte: "Limes, rivista italiana di geoolitica"
"Il calcio, considerato obiettivamente, è una delle più strane costanti di comportamento umano della società moderna. Spinto da questa considerazione ho deciso di fare le mie indagini. E mi è stato subito chiaro che ogni centro di attività calcistica, ogni football club, è organizzato come una piccola tribù, completa di territorio tribale, anziani della tribù, stregoni, eroi: entrando nei loro domini mi sono sentito come un esploratore del passato intento a esaminare per la prima volta una vera cultura primitiva...”
La tribù del calcio (Desdmond Morris, 1981)
Se il calcio è in qualche modo lo specchio della società, nei Balcani c’è sicuramente qualche problema. Due episodi si sono verificati tra settembre e ottobre in Serbia e in Bosnia Erzegovina, due tifosi sono morti uccisi dai fans, due giovanissimi, il francese Brice Taton (28) e il sarajevese Vedran Pulić (24), cessano di vivere e diventano due icone, due foto in primo piano esposte nei rispettivi stadi, nei blog e forum in internet, sulle magliette, con sotto la scritta R.I.P.
Come è potuto succedere? Cosa significa? Si dice sempre che il primo atto della guerra tra Serbia e Croazia avvenne durante una partita mai giocata tra Dinamo Zagabria e Stella Rossa di Belgrado, ormai simboli di un’identità nazionale più che calcistica. Il calcio del capitano della Dinamo Zvonimir Boban, ad un poliziotto (che rappresentava il potere, quindi i serbi) in difesa dei tifosi croati, fu il primo atto eroico della guerra che seguirà. Secondo Simon Kuper nel calcio “Lo spazio resta allo stesso tempo spazio pubblico e luogo di dissenso. I simboli e le bandiere del calcio sono la maschera sotto la quale si celano talvolta identità segrete e incontrollabili”. Nei Balcani questo vale ancora di più.
Lo scorso 17 settembre si giocava a Belgrado la partita valida per la coppa Uefa Partizan – Tolosa. Un gruppo di ragazzi francesi era andato nella capitale serba per fare un po’ di vacanza. Belgrado, si sa, è famosa per la vita notturna e il divertimento. In un bar in pieno centro, il giorno della partita, vengono attaccati da un commando di tifosi del Partizan che arriva con premeditazione e ben armato, mazze di ferro e da baseball. Si accaniscono su uno dei francesi Brice Taton (28 anni) che morirà 12 giorni dopo in seguito alle ferite.
L’incidente avviene a pochi giorni dal “Belgrade pride”, la prima gay parade dopo quella disastrosa del 2001 che finì con molti feriti in seguito all’attacco di ultra-nazionalisti e hooligans e all’inerzia colpevole della polizia. Il pride avrebbe dovuto svolgersi il 20 settembre a Belgrado, ma il 19 settembre gli organizzatori ne hanno proclamato la cancellazione poiché il governo ha dichiarato che non avrebbe potuto garantire la sicurezza per il suo svolgimento nel centro cittadino. Nelle settimane erano cresciuti gli allarmi dovuti a graffiti e alle dichiarazioni che annunciavano bagni di sangue firmati da tifosi e alcuni gruppi cosiddetti “patriottici” (1). L’attacco ai francesi ha dato la spallata finale alla decisione del governo serbo che si era impegnato con gli organizzatori del pride più per entrare in Europa che per convinzione.
La morte del giovane francese il 29 settembre, seguita ad altri episodi di attacchi a cittadini stranieri nei giorni successivi a quella fissata per il gay pride suscita un’ondata di disgusto e di tristezza in Serbia, migliaia di cittadini sono scesi in piazza a protestare contro la violenza degli hooligans. Molti hanno avuto un flashback: le violenze di regime da una parte e le prime manifestazioni contro Milosević dall’altra (2).
Allo stesso tempo la risposta dello stato è stata dura, subito sono state identificate e arrestate 11 persone coinvolte nell’omicidio di Taton (tutti tra i 18 e i 22 anni e uno di 27), mentre il presunto mandate (conosciuto come trafficante di droga di alto livello) è fuggito in Olanda. L’accusa ha chiesto 40 anni di carcere ciascuno e la procura generale della Repubblica ha ordinato la chiusura di 14 gruppi registrati, 3 della Stella Rossa, 6 del Partizan e 4 del Rad.
Chi sono gli hooligans?
“In tutta la Serbia ci saranno circa 2000 ultrà – spiega Vuk Cvijić cronista del Blic che ha seguito le vicende di queste settimane per il giornale serbo – 1000 di questi hanno già avuto problemi con le autorità”. I più violenti sono quelli delle due squadre maggiori il Partizan e la Stella rossa e di una squadra minore sempre della capitale serba, il Rad conosciuto per avere una tifoseria con simpatie neonaziste.
Le ideologie però non sono così importanti “Da qualche anno ha preso piede negli stadi una nuova generazione di tifosi – racconta Cvijić – i cui capi hanno 25 anni e sono quelli più vecchi. Sono ragazzini che sono cresciuti sotto le sanzioni della Serbia di Milosević, erano abbastanza grandi per i bombardamenti e nel dopo-regime si sono trovati senza prospettive”.
L’unica idea a cui attaccarsi diventa quindi la squadra del cuore e il gruppo che si crea allo stadio da una parte, mentre dall’altra quella di fare abbastanza soldi per comprarsi belle macchine, vestiti firmati e fare la bella vita negli “splav” le discoteche sulla Sava e sul Danubio dove si suona uno dei prodotti più tipici degli anni novanta in questo paese, il “turbo-folk” (3). “I gruppi dei tifosi diventano in pratica delle bande malavitose che si occupano di spaccio e di racket”. I “Grobari” (becchini) tifosi del Partizan si occupano principalmente di vendere droga, mentre i “Delije” (eroi) si occupano dei locali, chiedono soldi oppure semplicemente si presentano in gruppo bevono, si comportano in maniera minacciosa in perfetto stile gangster, senza pagare ovviamente.
“Entrare nel clan però non è automatico – racconta Cvijić – i più giovani devono dimostrare di sapere entrare in azione all’occorrenza. C’è una sorta di prove di forza da passare prima di accedere ai privilegi del gruppo: l’attacco ai francesi era una di queste prove probabilmente sfuggita di mano”.
Non solo, i tifosi hanno un’influenza determinante nella politica della squadra, sono presenti nel consiglio di amministrazione dei club ma soprattutto utilizzano la sottile minaccia fisica costante di un gruppo di uomini che si può muovere come un commando. E avere influenza sulla politica della squadra significa avere influenza su una notevole fabbrica di soldi esentasse, poiché il livello di corruzione del calcio serbo è conclamato: dalle partite truccate alla compravendita dei giocatori con “doppio prezzo”, alla corruzione portata dai procuratori dei giocatori (4). “Nel 2004 – dice un giornalista sportivo che preferisce rimanere anonimo – il direttore tecnico della Stella Rossa Dragan Džajić, leggenda dei biancorossi, la “terza stella” del calcio serbo, si dimette ufficialmente per motivi di salute. Guarda caso pochi mesi prima i “Delije” avevano chiesto la sua testa per l’eliminazione dalla coppa Uefa”.
“Si è scritto abbastanza degli hooligans – dice Kuper in “Calcio e Potere”– ma ci sono dei tifosi più pericolosi”. Come spiega Alberto Piccinini nella introduzione al volume di Kuper, “ La tentazione dei regimi autoritari è da sempre quella di utilizzare il calcio come macchina di consenso” (5).
Anche gli hooligan in Serbia non sono mai solo corruzione e malavita, a partire dalla fine degli anni Ottanta inizio Novanta sono entrati con frequenza nelle vicende politiche della dissoluzione della Jugoslavia. L’etnologo serbo Ivan Čolovič, che da sempre studia la nascita dei nazionalismi in questa parte del mondo, nel suo “Campo da calcio campo di guerra” (Mesogea 1999) spiega come la retorica nazionalista si sviluppa e si articola nelle tifoserie e i primi scontri interetnici sono le violenze allo stadio tra squadre croate e squadre serbe.
Željio Ražnatović detto Arkan, è il capo dei Delije nei primissimi anni Novanta, a lui si darà il merito di disciplinare la tifoseria della Stella Rossa, ma sarà anche dalle file degli hooligan che prenderà i primi volontari per le sue “Tigri” un gruppo di paramilitari serbi tra i più sanguinari nella guerre di Bosnia e Kosovo (6).
Secondo Cvijić però i seguaci di Arkan erano una parte minoritaria del tifo “Le curve della Stella rossa e del Partizan erano tradizionalmente contro Milosević, Arkan ha provato a portarle con tutti i mezzi dalla parte di “Slobo”, ma ha perso la battaglia e pochi anni dopo è partito dagli stadi il primo slogan contro il presidente serbo: ‘Fai un favore alla Serbia Milosević: suicidati’ che poi è diventato quello delle manifestazioni anti-regime della seconda parte degli anni Novanta”.
E ancora nel 2008 gli hooligans saranno protagonisti dell’assalto alle ambasciate occidentali durante la manifestazione contro l’indipendenza del Kosovo, (21 febbraio 2008). Un giovane tifoso di Novi Sad muore all’interno dell’ambasciata americana clamorosamente mandata a fuoco da orde di tifosi che se non furono manovrati, certo fu lasciato loro molto spazio di manovra (7).
Per questo anche nelle recenti vicende c’è chi si domanda chi ha lasciato fare gli hooligans a ridosso del gay pride. Sicuramente nei giorni precedenti c’era stato un coordinamento con i due principali gruppi nazionalisti “movimento 1389” e “Obraz” i cui membri spesso sono anche attivi nelle curve.
Il professore della facoltà di studi sulla sicurezza Zoran Dragišić (8) in un editoriale punta il dito sulle possibili complicità di livelli più alti con gli hooligans che rischiano di essere superati da un dibattito pubblico che verta unicamente sulla violenza (9). Le domande che pone Dragišić sono: chi c’è dietro? chi li finanzia? Quale sponda politica hanno? Ma in Serbia nessuno risponde mai a queste domande.
Note
(1) I più attivi sono Obraz (che significa sia volto che orgoglio) e Movimento 1389 (anno della sconfitta dei serbi in Kosovo). Più volte si è paventata l’idea di chiudere questi gruppi, considerati il cuore della violenza politica nazionalista, ma si pensa che suscitino simpatie in molti partiti dell’arco parlamentare, dai radicali ai Dss di Kostunica. Vedi Cecilia Ferrara, “Una questione di Stato”, Osservatorio Balcani, 18 settembre.
(2) Danijela Nenadic, “Sotto assedio”, Osservatorio Balcani, 5 ottobre 2009.
(3) Volk è popolo, turbo è il sistema di iniezione di combustibile del cilindro del motore . Turbo folk è combustione del popolo. Qualsiasi stimolo di questo processo è turbo folk. Infiammare le più basse passioni dell'homo sapiens. Turbo Folk non è musica, turbo folk è l'incanto delle masse, cacofonia di tutti i gusti e tutti gli odori”. Famosa definizione di Rambo Amadeus cantante serbo.(sito Balkan Rock, “Turbo Folk, 24 luglio 2007).
(4) La Serbia dopo l’Argentina ha il numero più alto di procuratori al mondo.
(5) Simon Kuper, “Calcio e Potere”, Isbn Edizioni 2008.
(6) “Nel folklore dei tifosi in Serbia il tema dell’identità etnica, fino ad allora sporadico e proibito, compare in qualità di contenuto predominante di pari passo con la comparsa nell’ambito della comunicazione politica e della propaganda, in particolare nelle grandi manifestazioni populistiche di massa che diedero l’impronta alla vita politica della Serbia e del Montenegro nel corso del 1988 e 1989” (Colovic, op.cit. , p.43).
(7) Giuseppe Zaccaria in “A Belgrado e' complotto contro Tadic Ultra', polizia e politici: la rete di complicita' che ha messo all'angolo il Presidente serbo Il giorno dopo il rogo alle ambasciate”, La Stampa 23 febbraio 2008.
(8) Coinvolto nel piano della sicurezza per il Belgrade Pride.
(9) Zoran Dragisic “Kako protiv nasiljia?” Obijektiv, 13 ottobre 2009, p.114..
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giovedì 7 ottobre 2010
L'era dell'ultraviolenza
Statuette lanciate, fumogeni contro sindacalisti, insulti e spaghettate in piazza, vaffanculi, dossieraggio, servizi segreti deviati in azione, attentati (finti?) a direttori di giornali, perquisizioni (per quanto legittime) nella sede di un quotidiano.
Nel paese la tensione ha raggiunto il limite. Mi sembra ben oltre l'orlo di una crisi di nervi.
Non si tratta, però, di una tensione sociale, legata a fini economici (le motivazioni ci sarebbero tutte, tra giovani, precari, cassintegrati, licenziati, professionisti, etc.), che parte dal basso e può dire la sua per rovesciare le cose. E' invece una tensione tutta politica, tra poteri contrapposti, che si azzuffano come galli in un pollaio per affermare la propria superiorità.
A prenderla in culo, il cosiddetto "paese reale", ormai immobile e prono.
Nel paese la tensione ha raggiunto il limite. Mi sembra ben oltre l'orlo di una crisi di nervi.
Non si tratta, però, di una tensione sociale, legata a fini economici (le motivazioni ci sarebbero tutte, tra giovani, precari, cassintegrati, licenziati, professionisti, etc.), che parte dal basso e può dire la sua per rovesciare le cose. E' invece una tensione tutta politica, tra poteri contrapposti, che si azzuffano come galli in un pollaio per affermare la propria superiorità.
A prenderla in culo, il cosiddetto "paese reale", ormai immobile e prono.
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mercoledì 6 ottobre 2010
venerdì 17 settembre 2010
Una bella idea
| A mani giunte |
Se l'effetto è lo stesso di quello che si verifica puntualmente con l'Eneide e I Promessi Sposi, nel giro di qualche decennio l'Italia sarà un paese completamente ateo.
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mercoledì 1 settembre 2010
Guai a toccare il crocifisso!
Ma l'inno di Mameli sì
Vietato affiggere a scuola il testo dell'Inno di Mameli. Lo stop arriva dalla maggioranza leghista del Comune di Ponteranica, alle porte di Bergamo, con la bocciatura di una mozione presentata in aula dal consigliere comunale del Pdl Luca Oriani. Il rappresentante del Popolo della Libertà aveva presentato un ordine del giorno per chiedere l'affissione dell'inno nazionale negli istituti scolastici del paese, al fine di "promuovere tra gli studenti la conoscenza del loro inno, con la speranza di poter consolidare il sentimento di coesione e appartenenza ad una stessa Patria che dovrebbe accomunare tutti i cittadini". La proposta, suggerita dalla segreteria nazionale del Pdl e già recepita in numerosi comuni italiani, ha però trovato l'ostacolo dei consiglieri leghisti, che l'hanno respinta a maggioranza. Il motivo? A Ponteranica i rappresentanti del Carroccio non si sentono italiani, il vicesindaco infatti ha affermato: "Non mi sento italiano ma purtroppo lo sono".
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venerdì 2 luglio 2010
E poi dicono che non porta sfiga...
Mondiali & G8, Berlusconi a Cameron: “Tifo Inghilterra, c’è Capello”.
Berlusconi: "Dopo l'eliminazione azzurra tifo Brasile".
Berlusconi: "Dopo l'eliminazione azzurra tifo Brasile".
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martedì 29 giugno 2010
Quella povera vittima di Dell'Utri
Ennesimo capolavoro del Tg1.
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martedì 15 giugno 2010
Daniele Capezzone si offre come operaio Fiat
Fiom ha una "linea preistorica", Marchionne "tenga il punto e non molli": lo afferma Daniele Capezzone, portavoce Pdl. "Per anni - sostiene - si è giustamente rimproverato alla Fiat di inseguire logiche di pressoché esclusiva tutela dei propri interessi: cassa integrazione, incentivi, spostamento all'estero di produzioni, e così via. Ora che finalmente, a partire dalla vicenda Pomigliano, si può aprire una pagina diversa (produzioni che tornano in Italia, lavoro per tanti dipendenti, rilancio di aree territoriali che ne hanno un gran bisogno), tutte le organizzazioni sindacali (meno una) mostrano senso di responsabilità, spirito di modernizzazione, e attenzione vera alla salvaguardia dei posti di lavoro. Solo la Fiom, con l'avallo di Epifani, mantiene una linea preistorica e di fatto pericolosa per gli stessi lavoratori. Mi auguro che Marchionne tenga il punto e non molli: la tenuta di Marchionne sarebbe un grande segno di svolta, a favore dei 'decisori' e contro i 'frenatori', in ogni campo".
Questo il comunicato Fiom. Vediamo quali sono queste linee di spirito di modernizzazione e quali sono le logiche preistoriche.
Di fronte al rifiuto della Fiat ad apportare qualsiasi modifica al testo da lei presentato lo scorso 8 giugno, la Fiom ha confermato la propria indisponibilità ad aderire a un documento che contiene deroghe al Contratto nazionale e alle leggi in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori e la messa in discussione di diritti individuali, compreso il diritto di sciopero.
La Fiat, dopo aver disdettato, nel solo sito di Pomigliano, tutti gli accordi aziendali in vigore nel resto del Gruppo in materia di orario e organizzazione del lavoro, vuole condizionare l’investimento per il rilancio di Pomigliano all’accettazione di un nuovo accordo da parte di tutti i sindacati, basato tra le altre, sulle seguenti condizioni:
* realizzazione di 18 turni settimanali di lavoro sulle linee di montaggio;
* 120 ore di straordinario obbligatorio;
* possibilità di derogare dalla legge che garantisce pause e riposi in caso di lavoro a turno;
* riduzione delle pause dagli attuali 40 minuti a 30 minuti per ogni turno;
* possibilità di comandare lo straordinario nella mezz’ora di pausa mensa per i turnisti;
* sanzioni disciplinari nei confronti delle Organizzazioni sindacali che proclamano iniziative di sciopero e sanzioni nei confronti dei singoli lavoratori che vi aderiscono, fino al licenziamento;
* facoltà di non applicare le norme del Contratto nazionale che prevedono il pagamento della malattia a carico dell’impresa.
Le altre Organizzazioni sindacali, pur avendo inizialmente giudicato inaccettabili alcune richieste della Fiat e formalmente avanzato proposte di modifica, hanno alla fine aderito al testo iniziale dell’Azienda, accettandone le condizioni imposte.
La Fiom denuncia il ricatto a cui sono sottoposte le lavoratrici e i lavoratori di Pomigliano, in Cassa integrazione da oltre 18 mesi, chiamati a scegliere fra il proprio posto lavoro e il radicale peggioramento dei propri diritti.
La Fiom, di fronte al carattere generale di questa scelta della Fiat che punta a cancellare il Contratto nazionale e superare le Leggi di tutela sul lavoro, ha convocato il Comitato centrale per lunedì 14 giugno per dare un giudizio approfondito, per impedire la condizione di isolamento nella quale si vuole relegare i lavoratori di Pomigliano e assumere le decisioni necessarie.
Questo il comunicato Fiom. Vediamo quali sono queste linee di spirito di modernizzazione e quali sono le logiche preistoriche.
Di fronte al rifiuto della Fiat ad apportare qualsiasi modifica al testo da lei presentato lo scorso 8 giugno, la Fiom ha confermato la propria indisponibilità ad aderire a un documento che contiene deroghe al Contratto nazionale e alle leggi in materia di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori e la messa in discussione di diritti individuali, compreso il diritto di sciopero.
La Fiat, dopo aver disdettato, nel solo sito di Pomigliano, tutti gli accordi aziendali in vigore nel resto del Gruppo in materia di orario e organizzazione del lavoro, vuole condizionare l’investimento per il rilancio di Pomigliano all’accettazione di un nuovo accordo da parte di tutti i sindacati, basato tra le altre, sulle seguenti condizioni:
* realizzazione di 18 turni settimanali di lavoro sulle linee di montaggio;
* 120 ore di straordinario obbligatorio;
* possibilità di derogare dalla legge che garantisce pause e riposi in caso di lavoro a turno;
* riduzione delle pause dagli attuali 40 minuti a 30 minuti per ogni turno;
* possibilità di comandare lo straordinario nella mezz’ora di pausa mensa per i turnisti;
* sanzioni disciplinari nei confronti delle Organizzazioni sindacali che proclamano iniziative di sciopero e sanzioni nei confronti dei singoli lavoratori che vi aderiscono, fino al licenziamento;
* facoltà di non applicare le norme del Contratto nazionale che prevedono il pagamento della malattia a carico dell’impresa.
Le altre Organizzazioni sindacali, pur avendo inizialmente giudicato inaccettabili alcune richieste della Fiat e formalmente avanzato proposte di modifica, hanno alla fine aderito al testo iniziale dell’Azienda, accettandone le condizioni imposte.
La Fiom denuncia il ricatto a cui sono sottoposte le lavoratrici e i lavoratori di Pomigliano, in Cassa integrazione da oltre 18 mesi, chiamati a scegliere fra il proprio posto lavoro e il radicale peggioramento dei propri diritti.
La Fiom, di fronte al carattere generale di questa scelta della Fiat che punta a cancellare il Contratto nazionale e superare le Leggi di tutela sul lavoro, ha convocato il Comitato centrale per lunedì 14 giugno per dare un giudizio approfondito, per impedire la condizione di isolamento nella quale si vuole relegare i lavoratori di Pomigliano e assumere le decisioni necessarie.
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domenica 16 maggio 2010
Sportività
Sono contentissimo perchè questo è uno scudetto contro tutti». È felicissimo il ministro della difesa Ignazio La Russa, tifoso interista, interpellato dall'ANSA, pochi minuti dopo il fischio finale. «Sono qui a casa con i miei figli, e gli amici dei miei figli - ha detto - abbiamo già messo le bandiere fuori dalle finestre, quella nerazzurra, accanto al tricolore». «Vergogna al Siena però - ha poi aggiunto - ha giocato per la Roma». «Una squadra retrocessa cerca di vincere per un punto in più - ha detto - ma il Siena ha giocato per far vincere la Roma».
E poi dicono che la classe politica non rispecchia il Paese...
E poi dicono che la classe politica non rispecchia il Paese...
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mercoledì 7 aprile 2010
Calciopoli bis
E' divertente notare come le intercettazioni suscitino - al momento sui forum più che sulla stampa - tanto dibattito, tanta indignazione. Ed è divertente notare come a gridare "vergogna", usando come prova le intercettazioni, ora siano quegli stessi che pendono dalle labbra di Berlusconi quando parla di "italiani spiati". Ma si sa, il calcio è una cosa seria.
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martedì 30 marzo 2010
domenica 28 marzo 2010
venerdì 26 marzo 2010
Verso le regionali/5
Dubito si concretizzerà la rimonta di De Luca. A mio avviso Caldoro vincerà per un paio di punti percentuali, mentre il Pd prenderà una discreta batosta dal Pdl, diciamo attorno ai 7/8 punti di differenza.
Intanto, si sparano gli ultimi fuochi di questa campagna elettorale. E per sventare la rimonta, il Pdl si affida allo strumento più importante. Lavoro? No. Sanità? No. Il calcio.
"Ci dispiace per il sindaco di Salerno De Luca che in questo momento rischia politicamente di finire ultimo in classifica, proprio come la Salernitana". Lo dice in una nota l'on. Marcello Taglialatela, vice-capogruppo alla Camera e coordinatore Grande Città di Napoli del Pdl, replicando al candidato del centrosinistra Vincenzo De Luca. "De Luca non sembra certo un portafortuna, considerato l'andamento della squadra della sua città - conclude - e quindi a proposito della Coppa dei Campioni e delle sue speranze per gli azzurri una sola preghiera: su questo faccia almeno come la Iervolino, non parli del Napoli perché rischia di portare male".
"Stimo molto Caldoro, è un uomo di grande esperienza ed è stato ministro. Una persona pacata, con una grande cultura del fare. De Luca è un'altra persona che stimo, appartiene pure lui al partito del fare, solo che non è tifoso del Napoli e quindi non lo posso appoggiare". Il presidente del Calcio Napoli, Aurelio De Laurentiis, ha parlato così - in una intervista a Radio Marte - dei due principali candidati alla presidenza della Regione. "Non so se chi ha fatto il sindaco di Salerno possa fare bene anche da Governatore di un'intera regione", ha concluso De Laurentiis, riferendosi a De Luca.
Intanto, si sparano gli ultimi fuochi di questa campagna elettorale. E per sventare la rimonta, il Pdl si affida allo strumento più importante. Lavoro? No. Sanità? No. Il calcio.
"Ci dispiace per il sindaco di Salerno De Luca che in questo momento rischia politicamente di finire ultimo in classifica, proprio come la Salernitana". Lo dice in una nota l'on. Marcello Taglialatela, vice-capogruppo alla Camera e coordinatore Grande Città di Napoli del Pdl, replicando al candidato del centrosinistra Vincenzo De Luca. "De Luca non sembra certo un portafortuna, considerato l'andamento della squadra della sua città - conclude - e quindi a proposito della Coppa dei Campioni e delle sue speranze per gli azzurri una sola preghiera: su questo faccia almeno come la Iervolino, non parli del Napoli perché rischia di portare male".
"Stimo molto Caldoro, è un uomo di grande esperienza ed è stato ministro. Una persona pacata, con una grande cultura del fare. De Luca è un'altra persona che stimo, appartiene pure lui al partito del fare, solo che non è tifoso del Napoli e quindi non lo posso appoggiare". Il presidente del Calcio Napoli, Aurelio De Laurentiis, ha parlato così - in una intervista a Radio Marte - dei due principali candidati alla presidenza della Regione. "Non so se chi ha fatto il sindaco di Salerno possa fare bene anche da Governatore di un'intera regione", ha concluso De Laurentiis, riferendosi a De Luca.
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martedì 9 marzo 2010
Verso le regionali/3
Mentre in Parlamento, superato il caos delle liste, si riprende a lavorare sulle vere esigenze del Paese(il legittimo impedimento... mica c'avevate creduto?), qui in Campania Rifondazione Comunista procede incessante a fare una campagna elettorale che si contrappone più a De Luca che a Caldoro.
Apprezzo la coerenza, ma se vogliamo continuare a martellarci le palle...
Apprezzo la coerenza, ma se vogliamo continuare a martellarci le palle...
sabato 6 marzo 2010
domenica 21 febbraio 2010
C'è chi pensa alle chiavi e chi pensa a chiavare
Interessante come il "governo del fare" (ormai il leit motiv di questa campagna elettorale) venga criticato continuamente da quei comunistacci che popolano L'Aquila. Vedi la facinorosa vecchietta della foto in alto.
Contestazioni anche ai danni del Tg1, con la Busi che ammette "Posso solo dire che quello che ho visto all'Aquila in questi giorni con i miei occhi, è molto più grave di come talvolta è stato rappresentato: migliaia di persone sono ancora in albergo, le case non bastano e la ricostruzione non è partita".
Un'affermazione che si commenta da sola. Un film già visto: c'è un'emergenza, la si tampona in maniera non proprio pulita, si raccolgono i consensi e poi si lasciano le cose a se stesse, visto che ci saranno sempre nuove emergenze da affrontare. D'altra parte, è il governo delle emergenze.
A tal proposito, ecco un articolo di Ilvo Diamanti.
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giovedì 18 febbraio 2010
Verso le Regionali/2
In Campania si vota non solo per la Regione, ma anche per la Provincia di Caserta. Nicola Cosentino, che ha già dovuto rinunciare alla candidatura a governatore a causa delle inchieste giudiziarie che lo riguardano, avrebbe promesso il posto a Pasquale Giuliano, senatore del Pdl.
A disturbare il tutto, l'Udc, che si è detto disponibile ad appoggiare la candidatura di Caldoro alla Regione se il nome per Caserta fosse stato quello di Zinzi.
Ieri Cosentino avrebbe minacciato le dimissioni, a quanto pare appoggiato da tutta la base casertana.
Alle 16.40 di oggi l'Ansa batte, una dopo l'altra, le seguenti agenzie:
REGIONALI:CAMPANIA;PDL APPOGGERA'CANDIDATO UDC PER CASERTA
(ANSA) - ROMA, 18 FEB - Il Pdl appoggerà il candidato dell'Udc Domenico Zinzi in corsa per la provincia di Caserta, mentre i centristi appoggeranno Stefano Caldoro alla corsa per la presidenza della Campania. E' questa uno delle decisioni che sarebbe stata presa dai due co-fondatori del Pdl Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, nel corso di un pranzo all'hotel De Russie a cui hanno preso parte anche i coordinatori del partito, i capigruppo di Camera e Senato ed i loro vice.
++ PDL: COSENTINO SI DIMETTE DA COORDINATORE CAMPANIA ++
(ANSA) - ROMA, 18 FEB - Il coordinatore campano On. Nicola Cosentino ha comunicato le proprie dimissioni da coordinatore regionale del PdL ai tre coordinatori Nazionali. Lo rende noto un comunicato.(ANSA).
Champagne nelle sedi dei comitati per De Luca? Porta più voti l'Udc o l'apparato di Cosentino?
A disturbare il tutto, l'Udc, che si è detto disponibile ad appoggiare la candidatura di Caldoro alla Regione se il nome per Caserta fosse stato quello di Zinzi.
Ieri Cosentino avrebbe minacciato le dimissioni, a quanto pare appoggiato da tutta la base casertana.
Alle 16.40 di oggi l'Ansa batte, una dopo l'altra, le seguenti agenzie:
REGIONALI:CAMPANIA;PDL APPOGGERA'CANDIDATO UDC PER CASERTA
(ANSA) - ROMA, 18 FEB - Il Pdl appoggerà il candidato dell'Udc Domenico Zinzi in corsa per la provincia di Caserta, mentre i centristi appoggeranno Stefano Caldoro alla corsa per la presidenza della Campania. E' questa uno delle decisioni che sarebbe stata presa dai due co-fondatori del Pdl Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini, nel corso di un pranzo all'hotel De Russie a cui hanno preso parte anche i coordinatori del partito, i capigruppo di Camera e Senato ed i loro vice.
++ PDL: COSENTINO SI DIMETTE DA COORDINATORE CAMPANIA ++
(ANSA) - ROMA, 18 FEB - Il coordinatore campano On. Nicola Cosentino ha comunicato le proprie dimissioni da coordinatore regionale del PdL ai tre coordinatori Nazionali. Lo rende noto un comunicato.(ANSA).
Champagne nelle sedi dei comitati per De Luca? Porta più voti l'Udc o l'apparato di Cosentino?
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lunedì 15 febbraio 2010
Una triste notizia
"Lascio amici cari nel Pd, persone con cui ho condiviso tante imprese e tante battaglie". La senatrice Paola Binetti saluta i vecchi amici del Pd.
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